95.
ho un collo di ruggine ginestra
nel giro di una ruota che deflora
salti di marmi, gelosie di niente.
96
Sono uguale a chiunque, e muoia chi mi disprezza!
*****
Disprezzatemi pure, se potete, a vostro rischio, non mio!
ha un sudario che le fa da impero
perfette amnesie del troppo ricordo,
morirà con i lacci ben stretti,
chi la irriderà sarà pettegolo
gomito di catrame, gomitolo di sterco.

È uscito il nuovo e-book della collana di poesia "Le betulle nane"
Declini di Marina Pizzi
per scaricarlo qui:
http://rivistapaginazero.files.wordpress.com/2008/03/marina-pizzi.pdf
“Non si giunge mai tanto oltre come quando non si sa più dove si vada”.
(Johann Wolfgang von Goethe)

Audio pubblicato da eppuresoffia
il loquace animaletto della sostanza
ha il braccio breve non inaugura
né il salto né la stretta,
quasi imbroglia la sopravvivenza
con l’anfiteatro del livido del parco
coma.
515.
La scritta sotto la statua
si sta sotto prosette di slogan ad enfasi.
nulla si può derubare se non la stessa vita.
tra tramezzi di gente i viottoli umani non portano a nulla,
ma il ciclista piange dalla gioia e per lo stress-trauma della fatica.
a forza di leggere/scrivere libri il cómpito per la vita è venuto meno.
da domani faccio un solenne encomio dell’inerzia, dell’equilibrista,
dello stampatore folle e dell’editore geniale e giusto e onesto.
da oggi mi metto in nicchia e crepo a poco a poco proprio per ristoro.
i migliori anni della nostra vita sono le parole sempre sperdenti, un’aurora dei denti
per il marzapane al cioccolato. chi coccoli il lato del bello è l’unico felice, certo qui non si parla
di creativi mercantili, ma di davanzali di pietà. adesso chiudo e mi metto a dieta per un cantico di stasi.
516.
14.
il turno della ronda è il mio ritorno
al bando, al dolo nero di rompere
clessidra, da questa strada che domina
verdetti di mitra tra le bave delle lumache
chete, pietosissime di scie. il cielo vedovo
manca la manna e la sirena è piena
di lutto al boato, l’olio devoto del vulcano
in fiore.
15.
Davanzali di pietà
2008-
1.
la lira nella toppa ma non sa aprire
che passeri dal becco senza cibo
o avvisaglie botaniche di cadute
giù dall’albero tutte piuttosto verdi
primule d’ansia una verità d’accetta.
eccetto il padre delle funi
qua si celebra l’ingorgo del declino
verso le barche con buchi a fontana.
poco ne resti il vanto della brama
mano migrante in tasca di vandalo.
2.
le ire delle fionde le altalene in pericolo
il foro nel coma del risucchio
nessun vedente.
alla primula sputerò l’ultimo dente
agli spini della pianta grassa
l’ultima gravissima grazia.
tue le spighe macchiate di sangue.
3.
ho imparato l’acredine del dado tratto
l’olio rancido della fiaccola
nelle tenebre che sono già state.
la pietà del breve è un long drink da piazza
senza stazione. il pedone dell’agorà
mi bacia perché penzoloni ruota
l’ultimo degl’impiccati. i credi acefali
del cardo sono violacei ma non sanno
morire. le maree dell’inguine inarcano
le fosse per la vita. cantica del faro
la faccenda in casa dell’appestato.
4.
le sazietà del palo
sanno uccidere
la stanza perduta nella creta.
tale e quale il noviziato del ciottolo
sa di regalo per il bambino vizzo
bacato dalla ronda della zona intorno.
torni da te la larva della gioia
questa persiana logora di sangue
in braccio alla cometa in naftalina.
5.
le foglie hanno accudito
le gimcane dei morti
le doglie in carne
del canile lager
le donne nude non per erotismo
ma per sisma finalmente un altro
mondo. dorma con te il sillabario
inutile dentro la bara
l’accademia della terra senza padrone
con l’androne carico cuspidi
del deserto amiche.
6.
i castelli nelle isole
sanno rendere giustizia
alla stivale infangato
al bivacco della valle
al varco di sterminio.
Joséphine Baker era una patriota
contro il nazismo. qui finisce
un ritmo di venia verso il sogno
che nulla sa far di cambio. io preciso
la ronda affastellata in ogni truppa
senza il paciere di mosaico di lettere.
7.
in giro sotto le stoppie ha avuto il merito
di non bruciare vivo.
le donne lo seducono con un ardore
tragico. la malia del vuoto lo sostiene
al guinzaglio. lupo navigato senza astio
sistema lo zaino in un cespuglio ardente
senza la brace. nonostante il fato
è rimasto un ragazzo di zattera
per gazze ladrone che spogliano ladroni.
8.
nel balbettio la chela del disperso
il passaggio a livello del tormento.
toc toc il sasso della specie
il cielo vile il berretto dell’arresto
il toccasana all’uncino macellante.
nel lato d’io il pane avvelenato
legato dalla tonaca del boia
per la caligine vessante dentro gli occhi.
9.
il tramestio del ciottolo
farà da tomba.
il martirio
una pozza da asciugare
in tiri di bestemmie
la segatura da spargere.
Geremia la luna
patisce la conquista.

Audio pubblicato da venenum1
ho permesso la mia morte
con un sasso in bocca
lancetta di briciole orologiaie.
14.
ho ammesso in casa il mio divario vizzo
saliscendi senza tregua
smania dell’io commisto
al manipolo d’osso in sentinella.
15.
il lutto della foce è dentro il fiato
dentro la luna frode di germoglio
il gorgo antico di morir vestali
acredine del sale, figliolanza astrale
la perdita nel freddo della riva
a far giunonica erede questa sabbia.
16.
5.
officine del sacro starti a guardare
fratello contuso dall’urlo convulso
nel vecchio stato che ci è fatale
favola corrotta traino del sale
dove la vedova dell’acrobata
sta per acrobata. e bari il tempo
l’ennesimo virgulto nel gusto provvido
di celebrare il brano dell’ovile.
6.
amor del cenno un cenno solo
quando la venia del bacio in ritardo
regge le strade multate dalla prassi
del passo vacuo. il tasca il libello
della tonsura inutile dato che il fato
giammai sul santo punta. e per di più
la nenia sulla bramosia di stringere
è un asperrimo sillabario di pronunzia.
7.
il poeta è un folle che sa di resine
e piroette di sale e di stamberghe
per il ladrocinio di venere per il cilicio
dell’io sperduto o confiscato da detriti.
più ride di sé più s’intabarra
nel baricentro di frottole perfette
lenimento a mantice per il fuoco
magico talvolta in mezzo al mare.
8.
21.
ho il freddo di chi vive modesto
impresario del sale in uso all'acqua
docile enigma mano sul da farsi
incognita comunque dove il velo
dell'ora stenda cometa in libera uscita,
l’uscio aperto in una mole di luce
il fulcro scivola a non dar perimetro.
22.
con un foulard appeso appena al collo
la curva della notte e la fanghiglia
simulano bonomia brevettano soqquadri
nel poco eterno livido del petto.
con lo spessore tipico del basto
la schiavitù comanda a far di vizio
qualunque mossa di speranza accorta
il nulla della nuvola che passa.
23.
qui si gioca di pergole e silenzi
dove balbetta il vento lo stonio
di uno qualunque arreso sulla riva.
qui si perfeziona l'avanzo del superstite
l'acqua scaduta al centro della zattera
la musa in attonito che non dice più.
24.
in un gioco di squilibri ho visto l'ombra
anarchica votata per le scale e i precipizi
innamorata d'eco sposa al bacco nero
la luce del rovescio. invece qui l’agosto
impallidisce con i discoli del sangue
i bambinetti scalfiti dalle corse
chissà dove volerebbero contenti
e invece si stemperano le nocche
le mani verso il volatile che non c’è.
25.
è sonnolento il pane che ben grazioso si presta
al lunario da sbarcare alla garitta da lasciare
contaminata filastrocca di una notte
dolorosa vicissitudine d’inquietudine
innamorato anfratto in posa sentinella
un ragazzo qualunque col mal d'amore
26.
qui si gioca di pergole e silenzi
dove balbetta il vento lo stonio
di uno qualunque arreso sulla riva
qui si perfeziona l'avanzo del superstite
lo stipite duro della tana.
27.
pentimenti del seno averti accanto
bracconiere dei sensi limite del tempo
tempo tu stesso e sillabario panico
addentro alle urla di chi lascia scia di sé
le sciorinate scosse
28.
con la cautela dei poveri do retta
alla confisca del sole appena alzata
mi pare canuto il verbo di guardare
le aureole asprigne di favole ammucchiate
in ordine sparso ancora accanto al letto
29.
con un trillo di baci voglio andarmene
maretta nuova senza refettorio
in preda alle vacanze delle storie.
30.
così di schianto l'eredità del volo
questo tramezzo che non serve a niente
dacché l'eredità del volo è ben oltre
la sintassi di steccati che non servono
all'ordine del fato al destino del vero
all’intatto sconfiggere del tempo.
31.
amanuense il catrame scrive ancora
la chiarità dell'amo che si aggancia
al discolo imbuto dell'esperienza
per porre nel disprezzo della sabbia
le briciole nocchiere che salpano
verso scontenti in crisi in sonno e in veglia.
32.
con il coriandolo nero di essere infelice
tutta la povertà dei tarli s'insinua nei polsi
scappare è un'enfasi inutile
da qui a dovunque è così
33.
le case scavate in mille cimiteri
ogni casa una guerra di pianto
ogni pianto una guerra di schianto
con le valanghe che non arretrano mai
nel circondario un cortile dirotto
ricorda le infanzie le fantasie del bello
quando l'androne si apriva meraviglioso
una corsa di amore poter stringersi fidanzati
34.
l'infanzia l'ho trascorsa in sanatorio
con i finestroni e le terrazze per il sudario col sole
quando il tempo sembrava infinito
e soffocare nel male una perversione della bussola
quando i gatti mangiavano gli avanzi
e i fili di luce truccavano le morie senza salvezza
35.
con un lutto di acrobata so sopportare
l'angolo strenuo di un calvario vacuo
odore di tenebra le braccia che non trovano
abbracci alle cimase degli strazi
36.
l’orto crudele al passero infelice
ha messo le tagliole sugli alberi
un pizzico di piume è rimasto
non uccidendolo rendendolo guardingo.
lo spaventapasseri è una vecchia conoscenza
sistemata a veliero dell’aria:
il passero felice scappa l’orto
per zolle incolte beate beanti.
37.
oscùrati di per te sola
abbi pietà di te
pòrtati l'arcobaleno in gola!
38.
le ore occidue all'angolo della bocca
riparano ad un continente che fu il corpo
quando fu sano.
ora l'occaso tremulo del labbro
ha la stamberga della gara persa
in tutta la faccenda della sopravvivenza.
la goliardia dell’ebete non servirà la festa
questa arenata manciata di rena
promessa a contarsi granello per granello.
39.
i musicanti nel vano della porta
portano voci di una eredità
in tutto e per tutto vinta da penombra
il male enfiato e gli ossuti strazi.
40.
immagine viva questa scaturigine
d'ombre velate quali non curanze
d'angolo il credo della vedovanza
41.
103.
dove il martirio ingoia la cicala
resta una morte gravida di calce
i cesti vuoti le cornucopie stente
le marette dell'abaco scontente
appena ritte a riguardare il dado
senza punteggio.
104.
96.
muse di alambicco le polveri
che scrollano il migliore degli anemici
qualora dal fosso torni la rendita
la luce di lanciola per diritto.
97.
89.
è tornato il salvacondotto per stare all’angolo,
questa premura in procinto di commettere
erosione sul calvario dello stato.
intento e cimelio si annoiano comunque
nella stazione d’ascia in mezzo la colonna
del male dentro. un incontro ne venisse
dal ponte dei suicidi.
90.
sull’inguine del fosso il balbettio
del remo guasto, questo disperato
avanzo di salsedine in segno d’aspro
augurio di soqquadro dove penzola
la zona del muretto analfabeta.
79.
con la lapide a far da crocicchio
l'inverno delle liriche corsare
questi conventi d'angoli letargici
le rughe con le risate imbalsamate
tanto per non perdere la chiave
o la vendemmia nuda del vino ghiacciato.
80.
68.
aver di fine un'ansa di duna
questa maretta chiusa
apice scosceso in una pozza
comunque buona al silente dolcissimo
fiume che fu.
69.
ho pagato il silenzio un mare magnum
una sconfitta lesionata e prospera
dove si allinea la sera del mar chiuso
e la nebbia è cometa di vendette
in men che non si dica una combriccola
di folletti. la paura laconica
del vano stato dove la resina
s’intana alba-cometa d’inganno.
70.
58.
è un dolore che s'intoppa
nel lavorio di un'icona
lestissima a sparire
per spartire un avvio tra luce e buio
qui sotto il gomito del sillabario nero
la ridanciana trottola del fato
a turno a turno non ricorda il viso
59.
43.
l'angolo occiduo del buio profilarsi
canta da una pianola infante
un richiamo acrobatico qualora
un indice d'ombre un breve baratro
qui in pianura all'apice del vento
le fughe delle nuvole non temono
momenti di arcobaleno pur finanche
dal comatoso greto d’ultimo segreto.
44.
52.
in un mannello di foglie rosse se non secche
le disparenze continue.
le ghiande perpetue fermentano pazienza.
dove l'autunno è il vespro la mente una vespa che spazia
l’usato e l’intonso.
di ruggine e fuliggine la bozza del giorno.
53.
49.
con un percorso d'àncora votiva
vorrò arenarmi al musico votivo
alla località del lutto della cenere felice
50.